
Febbraio 2026, una sera tarda alla scrivania. Avevo aperto un terminale su un nodo Proxmox del cluster di produzione per controllare un alert di Prometheus che si era ripresentato dopo due settimane. Mentre aspettavo che journalctl -u pve-firewall finisse di scorrere, mia figlia maggiore è entrata in stanza per chiedermi una cosa di scuola. Le ho risposto male, in trenta secondi. Sapevo già che alle 23 sarei tornato a chiederle scusa. È in queste cuciture che ho capito quanto scout, founder e padre siano lo stesso muscolo allenato in tre palestre diverse. In altri post di Workshop ho raccontato perché ho fondato Romiltec e come ho impostato il setup iniziale: questo è laterale, ma è il sotto-pavimento di entrambi.
Tre ruoli, una sola superficie di contatto
Premessa tecnica, non poetica. In Romiltec siamo cinque persone, lavoriamo in smart working, gestiamo infrastruttura WordPress per testate editoriali con picchi di carico veri. Lo stack quotidiano è quello che racconto sempre: Laravel sul backend di AI Multisite, MaxScale davanti a un cluster MariaDB in replica, code Horizon, Typesense per la search, Hestia su VM Debian, Grafana e Prometheus per la telemetria. Il codice è metà del lavoro. L’altra metà è gestione di persone: dev senior che prendono decisioni in autonomia, dev junior che imparano sul codice di produzione, clienti che hanno deadline editoriali rigide.
Il capo scout di vent’anni fa, il padre di oggi e il founder di tre anni fa convergono su una cosa sola: come ti comporti quando hai responsabilità su qualcuno che dipende da una tua decisione fatta sotto pressione e con dati incompleti. La tecnica cambia, la decisione no.
Storia uno: lo scout. Quello che lasci fare
Sono entrato negli scout nel 2001, e fra il 2006 e il 2009 sono stato capo reparto AGESCI a Scordia, in Sicilia. Era un gruppo numeroso, tre anni a guidare ragazzi tra i dodici e i sedici anni in attività che alternavano routine settimanali e uscite più impegnative. Il momento di apprendimento più duro per me è stato la prima volta che ho dovuto lasciare a un capo squadriglia di quattordici anni la gestione completa di una serata di campo: fuoco, cena, turni di sentinella. Tutto quello che da capo reparto avresti voluto controllare, e che invece deleghi a un quattordicenne che fino al pomeriggio prima ti chiedeva il permesso di mettere zucchero nel tè.
La regola che ho imparato lì era operativa, non motivazionale: la responsabilità si trasferisce solo se l’altro la sente come sua. Se resti in piedi accanto a lui per controllare, non gliel’hai trasferita, gli hai assegnato un compito sotto sorveglianza. Sono cose diverse.
Vent’anni dopo questa è esattamente la dinamica con cui dò un task non banale a un dev senior in Romiltec. Code review puntuale e brutalmente onesta sul diff, sì. Sorveglianza sul branch in working, no. Se il dev senior sa che a metà del lavoro entrerò io a “dare un’occhiata”, il task non è suo: è mio con un esecutore. Per chi conosce la differenza fra git rebase su un branch personale e su un branch condiviso, è la stessa storia. Il branch del senior è suo finché non apre la PR. Stop.
Storia due: il padre. Quello che ascolti senza risolvere
Sono padre. I miei figli, in età diverse, mi insegnano cose diverse di quel passaggio fra concreto e astratto.
La cosa che mi è costata di più imparare, e che continuo a imparare, è ascoltare senza correre alla soluzione. È una skill operativamente identica a quella che serve in call con un caporedattore quando descrive un problema di workflow editoriale. Anche lì, la tentazione del founder tecnico è dirgli: aspetta, te lo risolvo io con un cron job e una webhook. Quasi sempre il problema vero, quello che vale la pena risolvere in codice, esce solo dopo cinque o sei minuti di racconto suo, in cui io devo restare zitto.
In casa l’ho capito sul costo: rispondere veloce a una richiesta di mia figlia, dirle subito fai così, le insegna che la sua domanda non meritava un pensiero. Lo stesso vale al lavoro: rispondere veloce in call al cliente, dargli subito una soluzione tecnica, gli insegna che il suo problema non meritava un’analisi. Su entrambi i fronti ho perso pezzi importanti per lo stesso difetto, la fretta di chiudere.
La pratica concreta che ho introdotto, in una versione minimale ma seria, è l’ascolto strutturato: tre minuti senza interrompere, una domanda chiarificatrice, poi se serve la soluzione. Vale a casa, vale in call, vale nella code review. Non è gentilezza performativa, è disciplina operativa.
Storia tre: il founder. Quello che porti a casa la sera
Il founder porta a casa la sera due cose pesanti: la responsabilità per il lavoro di altri (i miei quattro colleghi) e l’incertezza sui prossimi mesi (cliente che chiude un budget, fornitore che alza i prezzi del cloud, infrastruttura che si comporta strana sotto carico). Le due cose si sommano in modo non lineare.
La storia operativa che voglio raccontare è di un sabato sera dell’autunno scorso. Era arrivato un alert serio: una latenza p99 anomala su una delle testate gestite da AI Multisite, in un orario in cui sapevo che i caporedattori stavano chiudendo le edizioni domenicali. Ho fatto due cose in serie, e la sequenza è importante.
La prima: ho aperto il terminale, ho fatto ssh sul nodo, ho controllato i log di Horizon e MaxScale, ho identificato un job di sync verso WordPress che era andato in retry loop occupando i worker. Cinque minuti netti, fix non chirurgico ma sufficiente: un php artisan horizon:terminate e un riavvio pulito del supervisor.
La seconda: ho chiuso il terminale, ho cenato con la famiglia, e non ho più toccato il laptop fino al lunedì mattina. Non ho aperto il dashboard, non ho controllato Sentry, non ho rifatto un giro su Grafana. Niente. È la parte difficile, ed è quella in cui la lezione del padre tira più forte di quella del founder. Se non scollego, il sabato sera non lo vivo, e la presenza distratta è peggio dell’assenza dichiarata. Mia figlia preferisce un padre che lavora due ore in più il lunedì a un padre presente solo fisicamente la domenica.
Questa scelta tecnica ha un costo: a volte una situazione si aggrava perché non ci sono io a guardarla in tempo reale. L’ho mitigata col mestiere, costruendo runbook seri, alert con threshold che attivano la rotazione di reperibilità solo se servono davvero, sistemi di failover che reggono le ore in cui non sono operativo. Quello che non riesco a mitigare è la suggestione di guardare il telefono. Quella è disciplina, e ci sto ancora lavorando.
Cosa portano una cosa nell’altra
Non è un riassunto morale, è un elenco operativo.
Dallo scout al founder. La leadership-by-example non è un poster da appendere. È un comportamento misurabile: come scrivi una commit message in un repo che leggono altri quattro, come tieni lo stile in una code review fatta a un junior, come ti comporti in call quando il cliente attacca il lavoro di un tuo dev. Lo scout di vent’anni fa mi ha dato il pavimento di queste cose. Senza quel pavimento avrei un’azienda gestita a delega imitata da articoli di Harvard Business Review, che non funziona.
Dal padre al founder. L’ascolto strutturato. La pazienza prima della soluzione. La capacità di non chiudere una conversazione perché ho un task da finire. Il founder che ho dentro avrebbe la tendenza a essere efficiente al limite della freddezza: il padre, dopo dieci anni di figlie, mi ha riportato sul lato umano del management. La gentilezza di Romiltec non è una scelta di immagine, è un trasferimento operativo da casa.
Dal founder al padre. L’inverso esiste, ed è meno ovvio. Il founder mi ha insegnato a fare il piano del giorno alle 8 del mattino e tenerci dentro un buco di 45 minuti dichiarato per gli imprevisti. Quel buco a casa diventa la finestra per la conversazione che mia figlia maggiore vuole quando torna da scuola, senza che io sia in modalità sto chiudendo un’altra cosa.
Dallo scout al padre. Probabilmente la cosa che mi serve di più adesso e che usavo meglio a vent’anni: la pazienza fisica con i tempi di un’altra persona. Lo scout che ero a Scordia sapeva aspettare quaranta minuti che un ragazzino di tredici anni montasse correttamente una tenda, senza fare lui al posto suo. Il padre che sono oggi deve ricordarsi che vale lo stesso quando mia figlia apparecchia, allaccia le scarpe, racconta una storia con dieci ripartenze. La fretta è il nemico tecnico, in tutti e tre i ruoli.
Quello che non porta nulla, e va detto
Non porto in azienda l’aneddotica scout. Non gioco a fare il founder che è anche un capo scout. Non racconto di nodi marinari nelle riunioni di team. Non porto in casa il founder che è anche un padre. Non gestisco mia figlia con un Trello e una retrospettiva. I tre ruoli condividono il sotto-pavimento, non la facciata. La facciata di ognuno è autonoma, e va rispettata: i miei colleghi non sono ragazzini di tredici anni a un campo estivo, e i miei figli non sono dev senior in onboarding.
Stavo per chiudere il laptop quel sabato sera dopo aver risolto l’alert. Mia figlia minore mi ha chiesto di leggere un libro. Ho letto il libro. La p99 sui dashboard di AI Multisite, il lunedì mattina, era tornata sui suoi 38ms di sempre. Il libro me lo ricordo ancora.
