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Un anno di personal brand tecnico: tecnico e narratore

Un anno di personal brand tecnico: tecnico e narratore

Un anno di personal brand tecnico: tecnico e narratore

Una sera di marzo, alle 23:10, mi arriva un DM su LinkedIn da un follower che non avevo mai sentito. Tre righe: il tuo post di stamattina mi ha fatto rivedere il setup di restic, avevo lo stesso buco sul retention e non l’avevo notato, grazie. Niente complimenti generici, niente bel post. Una cosa specifica: il setup di restic, il retention, un buco che il post gli aveva fatto vedere. Ho riletto il messaggio due volte, perché era la prima volta che notavo quel tipo di feedback. Non grazie per la condivisione, non un like da 200, non un commento aspirazionale: una persona che aveva fatto qualcosa con un mio post. Ho chiuso il laptop, ho pensato: ok, qualcosa sta cambiando. Sono passati dodici mesi da quando ho iniziato a investire seriamente sul personal brand: questo è il bilancio onesto. Per altre note di metodo vedi gli altri Workshop.

Cosa è cambiato in dodici mesi

Provo a essere preciso, non motivazionale. Il dato grezzo, alla mano, è tiepido: i follower LinkedIn sono passati da circa 1.000 a circa 1.450, una crescita del 45% che su scala assoluta non sposta nessun ago commerciale. I DM tecnici di sostanza (non posso farti una domanda?, ma messaggi come quello sopra, con un dettaglio operativo specifico) sono passati da zero a una manciata al mese, diciamo 4-6. I contatti diretti dal sito personale (form di contatto su roccomilluzzo.it) sono stati una decina in totale nell’anno, di cui due o tre sono diventati conversazioni serie e zero sono diventati contratti firmati, almeno non ancora. Inviti a conferenze: due, una piccola e una media, entrambe legate a un post specifico letto da chi organizzava.

Numeri tiepidi. Se fossi un growth hacker mi farei un’autocritica. Non lo sono, e infatti il bilancio non si misura sul tasso di conversione.

Quello che è cambiato qualitativamente, invece, è di un altro ordine. Il tipo di conversazione che ricevo è diventato un’altra cosa. Non più che servizio offre la tua agenzia?, ma ho letto il tuo post sul cluster MariaDB e volevo capire come gestite la replica circolare in produzione, noi siamo bloccati su una scelta simile. Non più fammi un preventivo, ma abbiamo un caso che ricorda quello del tuo post di luglio, possiamo fare una call di 30 minuti?. La differenza è enorme: il primo tipo di conversazione la fai con chiunque, il secondo solo con chi ti ha già pre-qualificato leggendoti. Pre-qualifica vuol dire che la call inizia al minuto 30, non al minuto zero.

Ho anche notato che le opportunità maturano lentamente. Una persona che mi ha letto a marzo 2025, che mi ha seguito per nove mesi senza interagire, mi ha scritto a dicembre per un progetto serio. Non è un funnel veloce: è una sedimentazione. Il personal brand tecnico funziona come la fiducia in un fornitore B2B, non come una landing page che converte al 3%.

Cosa NON è cambiato (e va bene così)

Mi tengo onesto su questa parte, perché è quella che rischia di mancare nei post celebrativi. Il fatturato di Romiltec gira indipendentemente dal personal brand. Le testate editoriali con cui lavoriamo non ci hanno scelti perché hanno letto un mio post: ci hanno scelti perché un loro CTO conosceva un dev che aveva lavorato con noi, o perché qualcuno alla loro CDA aveva un riferimento di un altro CDA. Le conversazioni B2B nel nostro settore restano vincolate al canale relazionale: il personal brand le accelera quando già esistono, non le crea da zero.

E va bene così. Il personal brand non è un canale di vendita per Romiltec, non lo è mai stato nelle mie intenzioni e non vorrei che diventasse questo. Se lo diventasse, dovrei iniziare a pensare a quello che scrivo in funzione del lead che voglio attirare: e quel meccanismo, in modo abbastanza meccanico, fa peggiorare la qualità di quello che scrivo. La separazione fra il canale personale e il canale commerciale è una scelta esplicita: il personal brand è un investimento sulla mia voce di tecnico, non sul prossimo trimestre di Romiltec.

Quello che il personal brand mi ha restituito in modo netto, oltre al tipo di conversazione, è una cosa molto pratica: una memoria pubblica strutturata. Ogni volta che devo ri-spiegare a un nuovo interlocutore (un dev candidato, un cliente nuovo, un giornalista) cosa abbiamo fatto su un cluster MariaDB o su una migrazione editoriale, ho un link da mandargli. È documentazione esterna, e libera tempo a me e al team in modo misurabile.

La trappola del narratore

Il punto tecnico più difficile dell’anno è stato questo, e provo a spiegarlo bene perché secondo me è il vero nodo del personal brand tecnico.

Quando inizi a scrivere di te, c’è una soglia che sposta tutto: il momento in cui il narratore di sé inizia a prendere il sopravvento sul tecnico. È sottile, è graduale, e non te ne accorgi se non hai un meccanismo per beccarti.

Il narratore è quello che, dentro di te, organizza la storia, sceglie l’apertura, calibra il ritmo, mette il punchline alla fine. Il narratore è un mestiere serio, e un personal brand senza narratore è una lista di task fatte. Ma se il narratore prende il sopravvento, succedono tre cose insidiose. La prima: inizi a scegliere i progetti raccontabili invece dei progetti utili. La seconda: inizi a scrivere prima di aver fatto, perché la scena è già nella tua testa e lo aha moment lo immagini prima di averlo trovato a terminale. La terza, la peggiore: inizi a suonare come tutti gli altri founder che fanno personal brand, perché il tono universale che funziona sulle piattaforme livella verso il basso il tuo modo di parlare.

Il sintomo che mi ha fatto capire che ero scivolato in quella zona è stato chiaro: ho riletto un post di novembre 2025 e ho pensato questo lo poteva scrivere chiunque. Non c’era un numero specifico, non c’era una scena con un alert reale, non c’era una scelta che solo io avrei fatto. C’era una buona narrazione, c’era un punchline pulito, c’era una lezione condivisibile, e proprio per questo era piatto. Non c’era voce. Era un buon post di un narratore generico. L’ho lasciato pubblicato perché cancellarlo sarebbe stato vanità al contrario, ma è stato un campanello.

Il rapporto giusto fra tecnico e narratore, almeno per me, è quello in cui il narratore serve il tecnico, non il contrario. Il tecnico decide cosa raccontare (un fix specifico, una scelta di stack, un postmortem) e il narratore decide come raccontarlo (apertura cinematografica, tradeoff espliciti, lezione pulita). Se inverti l’ordine, il personal brand smette di essere tecnico.

Tre regole operative che mi sono dato

Per non scivolare nella zona narratore-pesante, ho codificato tre regole. Le applico prima di pubblicare ogni post, sono diventate parte del workflow editoriale.

Regola uno: il post che scrivi non lo rifaresti se sapessi che il tuo dev senior lo legge in pausa pranzo? riscrivilo. Il dev senior è il giudice silenzioso del personal brand tecnico. Non è il follower casuale che mette like, non è il commerciale che ti dà bel pezzo: è il dev senior con dieci anni di anzianità che apre LinkedIn alle 13:30 con il panino in una mano. Se il post che ho scritto non regge davanti ai suoi occhi (banalità, hype, claim non sostanziati, dati assenti) lo riscrivo. Esempio concreto: avevo bozzato un post a febbraio sull’osservabilità con Grafana e Prometheus, prima versione era pieno di abbiamo trasformato la nostra capacità di vedere il sistema. Ho immaginato il dev senior che leggeva quella riga in pausa pranzo: l’ho riscritto partendo da un alert PagerDuty alle 4:11 di mattina e da un grafico specifico che non avevo. Il post è uscito due settimane dopo, più lento da scrivere, più sostanzioso da leggere.

Regola due: se non c’è un numero o una scena, non è un post tecnico. Il personal brand tecnico vive di concretezza. Un numero (TTFB da 1,8s a 0,4s, query p99 da 4s a 380ms, costi RAM da 16GB a 4GB) o una scena (l’alert delle 4:11, il commit incident-fix-2026-01-13, il DM del cliente alle 22:30) sono i due ancoraggi che distinguono un post tecnico da un post di opinione. Se in un draft non ho né numero né scena dopo due ore di scrittura, vuol dire che non avevo un post: avevo un’opinione, e va bene avere opinioni, ma non vanno pubblicate come post tecnici. Vanno tenute per la chat con un collega o per un commento sotto al post di qualcun altro.

Regola tre: la frequenza vince sull’intensità. Due post mediocri al mese pubblicati battono un capolavoro che esce solo a Natale. Lo dico contro la voglia del narratore in me, che vorrebbe sempre il pezzo perfetto. Il personal brand tecnico funziona come l’igiene infrastrutturale: non sono i picchi di brillantezza che tengono in piedi la fiducia del lettore, è la presenza costante e l’igiene del calendario. Se il tuo lettore apre la tua pagina ogni due settimane e ci trova qualcosa di nuovo, anche se non è un capolavoro, dopo dieci mesi sa che ci sei. Se ogni due mesi gli arriva il pezzo della vita, dopo dieci mesi non si ricorda chi sei. La cadenza ho scelto di tenerla a due-tre post al mese, divisi nelle tre rubriche: Workshop per le riflessioni di mestiere, Production per i fix tecnici, Fieldwork per i casi clienti. Tre rubriche, una griglia, niente posti vuoti.

Cosa porto a casa

Il personal brand tecnico è una pratica artigianale di scrittura, non una macchina di marketing. Questa è la frase che mi sono ripetuto più spesso quest’anno, e che mi tengo come bussola per il prossimo.

Pratica artigianale vuol dire che ci si mette tempo, che la qualità si vede a un trimestre dalla pubblicazione e non al day-one, che si misura in fiducia accumulata e non in click. Vuol dire anche che il fatturato non è il KPI giusto: il KPI è il tipo di conversazione che ricevi a sei mesi e a un anno. Se è migliorato, sta funzionando. Se è uguale, qualcosa nel mix tecnico/narratore non gira.

E vuol dire, soprattutto, che è una pratica che si può fare male se la imposti come una macchina di marketing fin dall’inizio. Il primo errore di un founder tecnico che apre il personal brand è trattarlo come un canale lead-gen: lo si nota dopo tre mesi perché i post diventano landing page mascherate, e il dev senior in pausa pranzo smette di leggerti. Il secondo errore è il contrario: trattarlo come un diario senza struttura, senza calendario, senza guardrail. In quel caso non si nota perché non lo si nota nessuno, e il segnale arriva solo dopo dodici mesi quando ci si chiede dov’è andato il tempo.

Il modo che ho trovato io, che funziona per il mio mix di founder + tecnico + scrittore, è quello sopra: regole operative, calendario rigido, rubriche separate, dev senior come giudice silenzioso, narratore al servizio del tecnico. Non è una formula trasferibile, è la mia forma. Ognuno troverà la sua. Il punto è che senza una forma, dopo un anno, ti ritrovi con 1.450 follower e nessuna conversazione di sostanza, e non capisci perché.

Io, dopo dodici mesi, ho 1.450 follower e qualche conversazione di sostanza. È una base abbastanza solida da continuare a investirci, e abbastanza piccola da costringermi a non prendermi sul serio. Per un anno due, mi pare la posizione giusta da cui ripartire.

Una nota sul tempo che ci ho messo

C’è un ultimo dato che vale la pena dichiarare, perché è il primo che chi sta valutando se aprire un personal brand tecnico mi chiede in privato. Tempo medio per scrivere un post di Workshop o Production che resista al test del dev senior: dalle 4 alle 7 ore, distribuite su due o tre sessioni. Tempo per un Fieldwork con numeri verificati e quote del cliente: dalle 6 alle 10 ore, perché vanno raccolte le metriche prima/dopo, va chiesta autorizzazione al referente, vanno parafrasate le citazioni. Su 30 post pubblicati nei dodici mesi, sto a circa 180 ore totali di scrittura. Diviso per 12 mesi fa 15 ore al mese, circa 3,5 ore a settimana. È un investimento di tempo non piccolo per un founder con altre cinque cose da fare, e si vede sul calendario: ho dovuto bloccare slot fissi (giovedì pomeriggio in genere, blocchi di 2 ore) altrimenti il post non si scrive mai. Senza la blindatura del calendario, il personal brand muore al terzo mese, indipendentemente dalla bontà del piano editoriale.

Vale la pena? La risposta breve, dopo dodici mesi, è: dipende da cosa cerchi. Se cerchi lead di vendita diretti, no, non vale. Se cerchi una memoria pubblica del tuo lavoro tecnico, conversazioni di livello con peer del tuo settore, e un canale di pre-qualifica per chi un giorno potrebbe contattare la tua azienda, sì, vale ed è una delle pratiche con il rapporto qualità/tempo migliore che abbia trovato. Anno due si parte da questa base, con le tre regole nel cassetto e un calendario già blindato.